Quando l'abitudine linguistica è una questione di abitudine mentale (quasi sempre)

Alfonso Falanga

"Questo è un momento storico-sociale in cui il futuro è nebuloso e altrettanto incerto è il presente. Pertanto è opportuno, anche nelle relazioni professionali, dare ai nostri interlocutori (che siano clienti, collaboratori, dipendenti) indicazioni chiare e non messaggi che rinviano ad un "di là da venire" in cui i contenuti restano comunque opachi".


Due regole basilari di una buona comunicazione sono:

1. non utilizzare l'imperfetto per riferirsi ad un'azione svolta nel presente;

 2. non adoperare il condizionale. 

Si tratta di norme che ben conosce chi fa della comunicazione uno strumento di lavoro.

Ad ogni venditore, per esempio, si insegna fin dai primi passi della sua carriera a non rivolgersi al cliente con un "Volevo chiederle se potevamo sentirci domattina" oppure con "La chiamavo per sapere se aveva ricevuto la mail con il nuovo preventivo".

O, ancora, si consideri quanto possa stonare un manager che si rivolga ai suoi collaboratori esprimendosi con una frase del tipo "Dovremmo rivedere i report della scorsa settimana sul numero di clienti contattati. Potreste raggiungermi in ufficio?".

Passato e condizionale, lo dice la parola stessa, evocano distanza dal presente, in un caso, e dipendenza da qualcosa di diverso dalla propria volontà, nell'altro.

Allo stesso tempo ogni formatore sa che, quando in aula accenna all'argomento, viene guardato con un po' di diffidenza dalla platea: ciò di cui parla sembra un insieme di dettagli poco significativi e, contestualmente, emerge quanto sia impegnativo rivedere tali modalità espressive. 

Sostituire il passato con il presente, con un po' di attenzione, è abbastanza agevole. Meno agevole è ovviare all'uso del condizionale: in tal caso, infatti, si tratta spesso di riformulare l'intero messaggio. Stesso contenuto eppure veicolato attraverso forme diverse: ne derivano frasi a volte più lunghe e altre, invece, più corte rispetto all'originale.

Se è facile sostituire, per un venditore, "... con il mio prodotto andrebbe a risparmiare ..." mediante "... il mio prodotto le fa risparmiare ...", è meno immediato riformulare, ad esempio, "... saprebbe indicarmi i suoi consumi mensili standard?". In quest'ultimo caso una diversa ed adeguata modalità è: "Mi indichi i suoi consumi mensili standard, in modo che mi oriento verso il piano commerciale più interessante per lei". Oppure "Indicandomi i suoi consumi mensili standard ho modo di definire la proposta commerciale più interessante per lei".

Imperativo e gerundio, quindi, collocati in sostituzione del condizionale, con una chiusura che dia senso al messaggio e motivi il destinatario ad aderirvi.

Come si accennava poc'anzi, perciò, il contenuto è immutato, così come è invariata l'intenzione che ne è all'origine. Eppure quanti di noi utilizzano queste modalità espressive nella comunicazione ordinaria? In che misura, di solito, siamo predisposti ad assumerci pienamente le responsabilità delle nostre affermazioni, veri e propri atti linguistici 1), responsabilità a cui ci chiamano l'imperativo e il gerundio e da cui, invece, ci tengono a distanza il condizionale e il passato?

L'entità dell'impegno, perciò, è direttamente proporzionata al vincolo che la persona ha con il proprio linguaggio convenzionale e con le abitudini mentali (le famigerate zone di comfort) ad esso sottese.

Il passato ed il condizionale, in sintesi, manifestano nel parlante una inconsapevole presa di distanza dalle proprie azioni: più precisamente, dagli effetti delle proprie azioni. Non sarà così nelle intenzioni del soggetto, eppure è quanto il messaggio sottende. Si tratta di modalità che esprimono una sorta di de-responsabilizzazione, un non volersi impegnare fino in fondo in ciò che si sta facendo o che si farà a breve. È un rinviare qualcosa che, invece, già si sta realizzando o che si realizzerà da lì a poco. 


Altri esempi al riguardo, restando nella dimensione professionale:

  • Domani andrebbero chiamati i clienti che ci contattarono due giorni fa ...;
  • Questa relazione andrebbe rivista ... volevo dire che dovrebbe essere più precisa;
  • Che ne direste, domani, di spostare la riunione dalle 19 alle 18? Sarebbe per me più comodo;
  • Potresti essere più sintetico?

Sono forme espressive che evocano una sorta di a-temporalità: non definiscono chiaramente quando è avvenuto o avverrà l'evento a cui si fa riferimento e non chiariscono effettivamente il contenuto. Inoltre esprimono l'assenza della prospettiva riguardo al futuro inteso come dimensione in cui si verificheranno gli esiti delle azioni attuali.

Anche l'uso delle declinazioni al futuro è un espediente, più o meno inconsapevole, di prendere le distanze dall'attualità, di rinviarla.

Esempi al riguardo: Con noi risparmierà ... / Ci troverà sul sito ...

Non a caso sono forme espressive molto apprezzate dalla politica e ciò specialmente quando sarebbe urgente, invece, darsi da fare ed assumersi le responsabilità delle proprie azioni verbali e non.

Questo è un momento storico-sociale in cui il futuro è nebuloso e altrettanto incerto è il presente. Pertanto è opportuno, anche nelle relazioni professionali, dare ai nostri interlocutori (che siano clienti, collaboratori, dipendenti) indicazioni chiare e non messaggi che rinviano ad un di là da venire in cui i contenuti restano comunque opachi.


1. Cfr. Stephen C. Levinson: La pragmatica, Il Mulino, 1993