Autostima e cambiamento: come utilizzare l'agenda delle idee.

"Il blocco può avere origine da molteplici fattori e ha modo di verificarsi in varie circostanze.

Tra queste emerge quella in cui il professionista poggia il suo modo di lavorare (ad esempio come relazionarsi al cliente, come attirarne l'attenzione e conquistarne la fiducia) in modo particolare sulle sue qualità personali: carattere, abitudini acquisite nel corso delle esperienze passate, le convizioni che ne derivano o da cui quelle medesime esperienze hanno avuto origine.


In azienda i problemi che affliggono  un gruppo di lavoro, o il singolo professionista, in genere sono:

  • produzione a elastico: una settimana "si" e la successiva "no". Quella dopo "si" e ancora dopo "no" e così via, a volte per mesi;
  • stagnazione : per tale si intende una produzione che non è accompagnata da una crescita nè quantitiva nè qualitativa dell'azienda. Si chiudono pure i contratti, è vero, ma appena quelli sufficienti alla sopravvivenza;
  • emergenza di fine mese. 

A tutto ciò si aggiunge, particolarmente per il singolo professionista, il classico "blocco". Accade quando si lavora con impegno eppure senza ottenere risultati di rilievo, quando ci si trascina dietro, per giorni se non per settimane, il peso emotivo dell'ultima trattativa infruttuosa, che finisce per generarne altre similmente infruttuose. 

Si finisce con l'affidare l'esito del lavoro, e quanto ne consegue in termini di valore professionale e personale, a fattori esterni: il cliente, il tipo di offerta che gli si propone o a qualsiasi altra variabile su cui non si ha potere di intervento. 

Questa condizione non può che alimentare nel professionista un calo di autostima che, a sua volta, favorisce ulteriormente la dipendenza dall'esterno: si resta così intrappolati in uno stressante circolo vizioso.


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Il blocco può avere origine da molteplici fattori e ha modo di verificarsi in varie circostanze.

Tra queste emerge quella in cui il professionista poggia il suo modo di lavorare (ad esempio come relazionarsi al cliente, come attirarne l'attenzione e conquistarne la fiducia)  in modo particolare sulle sue qualità personali: carattere, attitudini relazionali, esperienza.  

In tal caso è in atto una identificazione tra ciò che  si fa (i comportamenti) e ciò che si è (il carattere, la personalità, il senso di identità). Tale sovrapposizione non agevola, anzi, il superamento di un eventuale blocco.



Quando c'è questa sovrapposizione tra "essere" e "fare" anche il semplice cambiamento di una tecnica, di una strategia, di un modo di dire diventa difficile da realizzarsi: infatti si vive tale mutamento come la correzione di ciò che si è (il carattere). In tal caso, a volte, anche un banale suggerimento è percepito, da chi lo riceve, come un giudizio. Ecco, allora, che ci si difende dall' "accusa" reiterando vecchi comportamenti e ciò pur nella consapevolezza della loro disfunzionalità: ci si rifugia, cioè, nelle cosiddette "zone di comfort". 

Proprio l'adozione di un metodo consente, o dovrebbe consentire, di evitare questa dinamica subdola e vischiosa. E' opportuno a questo punto specificare cosa si intende, qui, per metodo. 

Tale è un insieme coerente di regole e procedure comunicative e relazionali che:

-è distante dagli automatismi quotidiani, ossia da come ci si rapporta agli altri in contesti non professionali;

-si apprende nelle sue componenti teoriche e nei suoi aspetti attuativi. Insomma bisogna studiarlo, impararlo, sperimentarlo, monitorarlo, se è il caso correggerlo rapidamente;

-è strategico, vale a dire che non si affida al caso e alle variabili esterne. Di  queste ne tiene conto e lo fa per gestirne gli effetti, senza subirli;

-è distante dalle componenti caratteriali di chi lo adotta. Certo queste possono rendere più o meno fluido l'apprendimento del metodo e la sua messa in atto. Così come il metodo supplisce, in alcuni casi, a carenze caratteriali rispetto al lavoro da svolgere.



Il grande vantaggio dell'adozione del metodo è operare una distinzione tra "essere" e "fare". In caso di insuccesso, allora, si sa su cosa intervenire: infatti si va ad analizzare la strategia adottata cercandone le disfunzioni, e non si discute il carattere. 1) 


Per mettere in pratica questi principi si può utilizzare quella che qui chiamiamo, per comodità, l' "agenda delle idee", semplice da realizzare e da compilare. Ne riportiamo di seguito un esempio: 


Per trarne giovamento lo schema va compilato  quotidianamente ed è bene farlo senza attendere il blocco. L'agenda delle idee ha lo scopo di prevenire l'impasse, non tanto di scioglierla.

Proprio per questo il professionista si impegnerà a redigerla in caso di insuccesso e anche di successo. 


L'agenda va costruita rispondendo a queste domande: 

  • oggi, quale è stata l'idea o pregiudizio che, più di altri, ha orientato il mio lavoro?
  • (es. se il cliente non è interessato non c'è nulla da fare; oggi sono proprio sfortunato; oggi tutti non mi interessa oppure oggi devo essere più concentrato del solito, il risultato dipende da me e non dal cliente).
  • in contatto con questi pensieri, come ho interagito con il Cliente?
  • con quali risultati?
  • in caso di insuccesso, quali alternative avevo a disposizione?
  • in caso di successo, quale è stata la strategia vincente? Quali suoi aspetti sono da potenziare? Quali sono riproponibili?

Un impegno giornaliero di appena dieci minuti, che fanno la differenza tra strategia consapevole e inconsapevole automatismo. Tra successo, costante, e insuccesso.


1) Così facendo, in caso di una deludente performance sia del singolo che del team, si evita anche la logorante e infruttuosa insistenza sulla motivazione, sulla volontà, sull'impegno. C'è ben altro, infatti, su cui porre attenzione ed energia.