Quando "volere" non basta per "potere": il dilemma dei vincitori.

Alfonso Falanga


È un momento di profonda incertezza.

Come spesso accade quando il futuro appare nebuloso, si cercano punti di riferimento. Chi bisogna ascoltare? Chi o cosa costituisce il modello da assumere come esempio per rompere la ragnatela dei dubbi?

In ambito aziendale, ad esempio, c'è ancora qualche guru che afferma di sapere come si fa per vincere la crisi. Che ancora propina ricette magiche in cui viene reiterata la solfa motivazione, volontà, "sogno", proprio come se il virus non fosse bastato a dimostrare la fragilità dello slogan che da decenni ci accompagna nel lavoro - e nella vita in genere- ovvero "volere è potere".

Il virus dovrebbe avere dimostrato che puoi volere quanto vuoi ma prima ancora devi potere, ossia devi essere dotato delle risorse materiali e immateriali per volere: per alzare, come si dice, l'asticella degli obiettivi.

E ancora c'è chi segue queste sirene ed assume come modello chi ha avuto successo, o dichiara di averlo avuto, trascurando che, a volte (molte volte), al successo, se è vero che concorrono volontà e competenze, contribuisce anche una buona dose di fortuna.

E si tralascia di interrogare chi successo non ha avuto. Chi ha fallito nonostante la volontà, la motivazione, il sogno. Che ha fallito perché non è stato fortunato ossia non ha intercettato quelle variabili che rendono possibile riuscire nonostante le condizioni avverse. Chi ha fallito perché, semplicemente, non basta volere.

In effetti, in estrema sintesi, è quanto afferma la teoria del bias di sopravvivenza (scheda).

Si tratta di un modello che andrebbe studiato ed approfondito da chi - in politica, in economia, nelle aziende - è deputato a risolvere e ciò per evitare di applicare le soluzioni di sempre a problemi che sono stati generati, in buona misura, da quelle medesime soluzioni.