Il pregiudizio della sopravvivenza.

Alfonso Falanga


Molti, tra noi, sono stati educati ad assumere come esempio i migliori. Chi ce l'ha fatta. Ad ammirarne la capacità e la costanza e a seguirne le orme. 

Questo modello comportamentale ci è stato inculcato fin da piccoli: che si trattasse del compagno di scuola che non si faceva mai trovare impreparato dalle domande della maestra o, da adulti, del collega di lavoro sempre ligio al dovere e destinato ad una brillante carriera.

Proprio nelle professioni si è esortati, generalmente, a prendere esempio da chi ce l'ha fatta. Anzi sono state elaborate vere e proprie teorie psico-qualcosa derivanti dall'assumere come paradigma personaggi di successo nei vari settori del lavoro e del sociale. E non pochi sono i libri in cui la biografia del manager, o dello sportivo di turno, viene propinata come schema da seguire se si vogliono realizzare i propri obiettivi. I propri sogni. Come se la vita fosse un susseguirsi di "copia e incolla".

Eppure nel lavoro, così come in altri ambiti della nostra vita, non sono poche le circostanze in cui impattiamo con il bias della sopravvivenza, una delle cosiddette "prove silenziose", ossia "...ciò che gli eventi utilizzano per nascondere la loro casualità ..." (Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno nero, ilSaggiatore, p. 119).

Chiariamo il concetto facendo un po' di storia.

Negli anni 40', all'inizio della 2° guerra mondiale, gli USA costituirono un gruppo di ricerca, che includeva non solo militari ma anche brillanti matematici ed esperti di statistica, ed il cui scopo consisteva nel collaborare con le forze armate al fine di risolvere particolari dilemmi strategici.

In quel periodo l'aviazione alleata stava subendo pesanti perdite a causa della contraerea nemica. Gli alti comandi, perciò, incaricarono Abraham Wald 1), capo del gruppo di ricerca, di identificare quali parti dei bombardieri andassero potenziate. Fino ad allora i militari avevano provveduto a rinforzare, negli aerei che rientravano alla base, le superfici danneggiate da fori di proiettili.

Wald, invece, evidenziò come quelle aree fossero già resistenti, tant'è che i veivoli facevano ritorno nonostante fossero stati colpiti proprio in quei settori. Lo scienziato, perciò, suggerì di rinforzare le superfici che non presentavano danni: era lecito supporre, infatti, che gli aerei precipitati fossero stati centrati dalla contraerea germanica proprio quei punti. 

Questo aneddoto ci introduce al bias della sopravvivenza ovvero a quella particolare dinamica cognitiva attraverso cui tendiamo ad analizzare gli eventi assumendo come riferimento esclusivamente i "vincitori", tralasciando di considerare, invece, chi non ce l'ha fatta. Ci si concentra, dunque, su cosa fare in base a cosa hanno fatto coloro che hanno raggiunto il traguardo.

Eppure proprio l'analisi delle scelte degli "sconfitti" può condurre a comprendere cosa non fare: tale consapevolezza ha altrettanto valore, anche più, dell'apprendere quale strada va seguita per realizzare l'obiettivo.

Centrare il bersaglio è, a volte, l'esito dell'azione di variabili casuali e che, perciò, non dipendono  dalla volontà, dalla motivazione, dalle competenze.

Il successo è, in genere, visibile. L'insuccesso, al contrario, spesso non lascia traccia, se non nei diretti interessati. Resta il fatto che, in alcuni casi, la comprensione delle origini del fallimento è proprio la chiave per aprire la porta del successo.

1) Ábrahám Wald (1902 - 1950) è stato un matematico e statistico statunitense di origine ungherese.